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  • Massimo Di Felice

Le forme pandemiche dell´abitare I Parte


I Immunizzazione: la simpoiesi e la crisi del linguaggio d´ occidente


La differenza tra le narrazioni mitico-religiose ( basate su racconti antichi

che hanno la pretesa di spiegare l ‘origine e il destino di ogni cosa), quelle prodotte dalle ideologie (che costruiscono le proprie argomentazioni attraverso architetture di pensiero supostamente capaci di comprendere e di spiegare il mondo e i suoi cambiamenti) e le forme di conoscenza prodotte dalla scienza, sta proprio nel rifiuto, di queste ultime del principio di verità. Mentre le narrative mitico-religiose e ideologiche tendono a difendere le loro costruzioni esplicative credendole vere e inconfutabili, la scienza e gli scienziati, da Galielo in poi, sono adepti della logica della scoperta e portatori di un metodo fallibile che obbliga la conoscenza ad aggiornarsi e a modificarsi continuamente, adattandosi cosi, di volta in volta, agli inevitabili cambiamenti. A differenza dei sacerdoti e dei pensatori, gli scienziati sono aperti al nuovo e al non conosciuto.

Gli effetti devastanti della pandemia del Coronavirus non riguardano soltanto la nostra salute e le nostre vite in ogni loro aspetto, a livello sociale, economico, politico e biologico ma incidono anche sulla nostra sfera cognitiva e sulle nostre rappresentazioni della realtà. Il virus agisce, quindi, anche sulla nostra concezione del mondo.

Dinanzi ad una pandemia e ad un nuovo virus esistono due forme principali di reazione: la difesa o il cambiamento. La prima opzione, basata sul principio della centralità dell’ umano, (unico essere intelligente, figlio di Dio, animale politico artifice del suo destino e dominatore assoluto del pianeta) ci porta a pensare che il virus sia qualcosa di esterno, una non meglio identificabile forma di esistenza contaminante e pericolosa. La reazione che tale concezione ci offre è la pandemia della paura, l’ identificazione del virus come pericolo e male assoluto e la lotta per la sua totale eliminazione per il il ripristino del livello di equilibrio e dell’ ordine (naturale ?) precedente.

La seconda opzione, il cambiamento, è la risposta che ogni organismo vivo produce dinanzi all’ avvento di un nuovo virus e nota agli scienziati come sistema biologico immunitario. Agli occhi della scienza ogni individuo e ogni organismo vivo è composta da milioni di virus, da milioni di batteri, microbi e da in alto numero di diverse altre entità. Ogni essere vivente è un “compost” (D. Haraway) di organismi vivi, costituendosi come una rete di reti di entità vive e interagenti. Secondo tale concezione i virus non sono realtà esterne e separate da noi ma, contrariamente a quanto creduto dal senso comune, sono parte integrante del nostro organismo, svolgendo una importante funzione: quella di stimolare il cambiamento e l’ abbandono del livello di equilibrio consolidato. Il virus riesce a riprodursi soltanto all’ interno di una cellula ospitante, viene per questo comunemente considerato un parassita ma la relazione che si stabilisce tra lui e l’ organismo che lo riceve è complessa.

Secondo il principio del sistema immunitario adattativo , dinanzi ad un nuovo virus il nostro organismo non reagisce in modo aggressivo, contrapponendosi ad esso ma, al contrario, lo ospita, gli offre spazio e cittadinanza al suo interno, lo rende parte di se, iniziando una dinamica interazione. Il risultato sarà la messa in atto di un processo eteronomico che imporrà all’ intero organismo un cambiamento adattativo e una trasformazione radicale o, in caso contrario, la sua stessa morte. Soltanto attraverso la sua trasformazione l’ organismo acquisirà l’ immunità, rendendo innocuo il nuovo virus e sviluppando al tempo stesso una memoria immunologica che lo difenderà anche in futuro.

Il virus (dal latino veleno) si instaura come un meccanismo di alterazione che, se non porta alla morte dell’ organismo che lo ospita, lo forza alla trasformazione riuscendo ad alterare la sua condizione iniziale.

E’ umano avere paura, facciamo bene a proteggerci, a non uscire di casa ma come ci ricorda la storia, le pandemie sono periodiche e non sono degli sporadici incidenti di percorso. D. Haraway, criticando l umanesimo e, al tempo stesso, le idee del post umano, descrive la complessità simbiotica e reticolare della nostra condizione e di quella delle altre specie con il termine “simpoiesi” che indica la qualità plurale e non autocentrata delle forme di vita (sin-poiesis, dal greco “co-trasformazione”, “co-creazione”). Una condizione dell’ esistenza diversa sia dalle forme autopoietiche che da quelle eteropoietiche.

Una delle prime concezioni e presuzioni di verità, che il Cov19 ha fatto morire è l’ idea occidentale di umano. Siamo compost, non siamo mai stati soltanto umani, ne esseri separati dall’ ambiente. In questi giorni stiamo rapidamente e drammaticamente iniziando a comprendere che più che soggetti autonomi, come narcisisticamente ci siamo immaginati e descritti in occidente, siamo “con-esseri” "simpoietici", in continua mutazione adattativa. (continua)


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